Nel primo articolo dedicato al Kuji (lo trovi qui), abbiamo introdotto l'origine di questa pratica:
Un aspetto del Kuji particolarmente noto in Occidente, almeno nel nome, è il Kuji Kiri. Questa pratica rappresenta una gestualità associata alle nove parole ma separata dal Kuji-In (gli intrecci con le mani) e consiste nell'utilizzare le dita per tracciare quattro linee verticali e cinque orizzontali (o viceversa, a seconda del genere dell'officiante) nell'aria, formando una griglia immaginaria chiamata Dōman. Questo gesto simbolico viene eseguito con l'intento di "tagliare" le influenze negative e la loro energia vitale (inki).
Il rituale inizia con la formazione del Tō-In (刀印), un sigillo che simboleggia una spada infoderata. L'officiante "sfodera" la spada e traccia le linee della griglia, associando ogni linea a una delle nove parole. Al termine dei nove "tagli", la griglia viene circondata da un cerchio e tagliata diagonalmente recitando la formula "a-un" ("inizio e fine").
In una variante del rituale, detta
Jūji ("dieci caratteri"), viene aggiunto un decimo segno. Questo segno è un
kanji
tracciato al centro della griglia Dōman e rappresenta l'entità negativa o l'obiettivo che si desidera annientare o controllare. I
kanji utilizzati variano a seconda dello scopo del rituale, spaziando dalla protezione alla vittoria, fino al controllo di spiriti o malattie.
La pratica del
Kuji può declinarsi nella recitazione di
mantra (in giapponese
shingon o
jumon), delle formule sacre che facilitano la concentrazione e la respirazione durante la meditazione. Un
mantra specifico viene associato a ciascuno dei nove sigilli del
Kuji In:
una litania che potenzia l'effetto del rituale.
Il Kuji-Hō, nella sua essenza, è un metodo che può assumere diverse forme e scopi. In ambito guerriero, veniva praticato come rituale propiziatorio prima della battaglia, ma anche come tecnica meditativa per raggiungere uno stato mentale ottimale. A differenza di altre forme di meditazione, il Kuji non mira al vuoto mentale, ma alla focalizzazione dell'energia fisica, emotiva e intellettuale verso un obiettivo specifico.
Da un punto di vista fisiologico, la combinazione di gesti isometrici e tecniche respiratorie può contribuire a generare calore corporeo, energia e benessere. Come rito di protezione individuale -
Kuji Goshinpō,
veniva praticato prima di affrontare situazioni pericolose, come rituale esorcistico e, in alcune tradizioni, persino come parte di riti di maledizione.
In un Giappone arcaico, la protezione spirituale era affidata a diverse forme rituali. Tra queste, gli amuleti tracciati su carta o stoffa, spesso con simboli come la griglia Dōman o la stella a cinque punte
Seiman, erano particolarmente diffusi. Questi amuleti potevano essere bruciati, portati con sé o applicati su oggetti e armi. Il guerriero invocava la protezione divina anche attraverso incantesimi e l'uso di caratteri sacri (bonji).
Il Kuji-Hō è un affascinante esempio di come pratiche spirituali e religiose, credenze popolari e tecniche marziali si siano intrecciate nella storia del Giappone. Dalle sue radici nei mudrā indiani e nella formula daoista cinese, fino alle sue diverse manifestazioni come Kuji In, Kuji Kiri e Kuji no Shingon, il Kuji rappresenta un potente strumento simbolico e rituale, capace di influenzare la mente, il corpo e lo spirito di chi lo pratica. Che si tratti dell'iconografia di un guerriero in procinto di affrontare la battaglia, di un monaco in meditazione o di un praticante di arti marziali alla ricerca della concentrazione, il Kuji-Hō continua a esercitare un fascino intramontabile, testimoniando la ricchezza e la complessità della tradizione culturale, spirituale ed esoterica giapponese.
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