Il popolo giapponese ha un rapporto antico e profondo con la corda. La prima Era storica registrata non a caso è detta Jōmon, o “segnato dalle corde” (10000-300 a.C.): il nome trae spunto dall’abitudine di questo popolo di cacciatori/raccoglitori di decorare a freddo la terracotta dei propri vasi. Un gesto bene augurale e al tempo stesso di rinforzo dell’argilla durante la cottura. Successivamente, con l’importazione dalla foce dello Yang-Tze delle tecniche di coltivazione delle risaie, il riso divenne il pasto principale, ritenuto utile agli scambi commerciali e al sostentamento della popolazione. Un pasto sacro quindi, in accordo con le credenze animiste nipponiche, e la corda ottenuta con la sua paglia (shimenawa) divenne simbolica delimitazione degli spazi sacri.
La corda, sfruttata continuamente per i più variegati utilizzi civili, a partire dal 15° Sec. intraprese una strada che la affiancò ai componenti della casta bushi, i guerrieri.
Durante la Guerra di Ōnin (1467-1477), che coinvolse il governo militare centrale Ashikaga e numerosi daimyō, i Signori della Guerra che governavano sulle province decentrate del Giappone, sui campi di battaglia i bushi iniziarono a utilizzare quale arma di fortuna corte corde e strisce in tessuto appartenenti all’abbigliamento. Per difendersi dagli avversari e per immobilizzarli, gli esperti nelle diverse specializzazioni del bujutsu, l’Arte Guerriera, trovarono nella corda non solo un ultimo, disperato appiglio alla vita, ma anche una valida alternativa e potenziatore delle tecniche corpo a corpo. Per questa singolare tecnica venivano utilizzati il Sageo, la corda della spada, il Koshinawa, il cordone dell’Armatura, la cintura Obi o il cordino Obijime, e qualunque corta corda che fosse stata a disposizione.
Così, nacque e si sviluppò durante il periodo degli Stati in Guerra (Sengoku Jidai) l’Arte denominata Hobakujutsu, l’arte del catturare con la corda, che in epoca più tarda divenne famosa come Hojōjutsu o Torinawajutsu, e che venne inglobata nel programma di addestramento samuraico, il Bugei Jūhappan (le 18 abilità guerriere), insieme ad Arte della Spada, combattimento corpo a corpo, equitazione, tiro con l’arco, ecc.
Attraverso queste tecniche era possibile immobilizzare un prigioniero di guerra trattenendolo per l’interrogatorio, la tortura o l’esecuzione, o predisponendolo quale scambio di guerra.
Ben presto la sacralità della corda determinò un particolare sviluppo di questa “nuova” disciplina. Ritenendo la corda un tramite fra il mondo materiale e quello spirituale, i prigionieri che fossero stati legati con essa temevano che l’anima rimanesse imprigionata in un cadavere putrescente, costretto a vagare sulla terra per l’eternità. Così, i Maestri delle Scuole delle Arti Marziali svilupparono legature prive di nodi veri e propri, con imbastiture libere e scorsoi, che garantissero un trattenimento in vece di una prigionia. L’Arte si suddivise in Honshikinawa (abbreviato in Honnawa), la corda formale lunga, con tecniche elaborate e complesse, che teneva conto dell’appartenenza del prigioniero ad una casta specifica e in hayanawa, la corda corta e veloce, che invece era una tecnica di combattimento vera e propria.
Nel periodo Edo (1606-1868) l’Arte della Corda divenne naturale prerogativa della polizia metropolitana (torimono). Le tecniche si svilupparono in numero ed in complessità, per garantirne l’ineludibilità e per segnalare al popolo spettatore il crimine commesso. I colori della corda assunsero significati specifici legati allo Onmyōdō, una religione sincretica derivata dal Daoismo Cinese. In determinate stagioni, in determinati luoghi, si utilizzavano corde di colori diverse: la corda divenne un talismano capace di purificare e al contempo contenere le energie cosmiche distruttrici del prigioniero. Inoltre la corda poteva essere accessoriata con ganci, anelli, “manici”, pesi che ne potenziavano l’efficacia.
Avvicinandosi al periodo Meiji lo Hojōjutsu continuò a essere tramandato e perfezionato nelle Scuole delle Arti Marziali: la chiusura al resto del mondo imposto dai Tokugawa fece sì che la metallurgia moderna ritardasse a sostituirsi alla corda. I colori delle corde divennero segno distintivo di uno o dell’altro corpo di polizia e, per semplicità di reperimento della materia prima (canapa, juta o per l’addestramento cotone o seta), essa venne usata anche durante la seconda guerra mondiale, per poi gradualmente essere sostituita da ceppi, manette e fascette autobloccanti provenienti dall’Occidente.
All’interno del Museo del Crimine e della Polizia Metropolitana Edo, ospitato dall’Università Meiji di Tōkyō, sono state catalogate circa 500 tecniche Hojōjutsu, ma possiamo ragionevolmente supporre che all’interno delle Scuole di Arti Marziali ne siano state elaborate molte di più. Ogni variante garantiva la difficoltà nell’eludere la singola tecnica, un’abilità che faceva da contraltare allo Hojōjutsu: il nawanuke no jutsu, l’arte dell’evadere dalle corde.
Nella modernità alcuni autori e ricercatori giapponesi hanno consentito allo Hojōjutsu di venire traghettata fino ai nostri giorni: segnatamente i prolifici autori Fujita Seiko e Nawa Yumio, Takaji Shimizu per l’insegnamento alla polizia moderna e più recentemente Mizukoshi Hiroo.
Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, può trovare molti spunti, foto e riflessioni dai miei appunti nel mio libro “Hojōjutsu – L’Arte Guerriera della Corda”, ove cerco di delinearne, senza pretesa di esaustività, la storia, l’esecuzione e l’attualità. Nel libro ho potuto tra l’altro inserire la riproduzione fotografica e traduzione di un autentico
densho, un testo di trasmissione segreta della Scuola Seigo, datato 1797, che bene illustra ciò che i maestri dell’Arte desideravano tramandare in affiancamento alla pratica.
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